Into the Gestalt

 

I suoni, come i volumi sono delle immagini pluridimensionali costruite nella percezione. La forma di un volume e la forma di un suono sono costruzioni legate al tempo di percezione e alla materia che delimita lo spazio.

Un’immagine si percepisce attraverso la luce. La forma di un volume o di un corpo si scolpisce quando la luce non c’è, nell’ombra.

Il suono è un insieme di onde che viaggiano, rimbalzando da una parte all’altra sulle superfici dello spazio. La materia dello spazio e la distanza fra le superfici modificano la forma del suono.

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note curatoriali

S’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo non essere sta l’utilità del vaso

Lao-Tze, filosofo cinese

 

 

into the Gestalt, dentro la forma. Paulina Herrera Letelier procede sull’ossatura delle teorie della percezione per interrogarsi sul rapporto tra somiglianza, vicinanza, simmetria, chiusura, continuità e struttura. Lo fa creando oggetti delicatissimi, plasmati nell’argilla, che si guadagnano a fatica spazio sulla terza dimensione di questo mondo immanente, così vicini ad essere ancora puro pensiero irrobustito dal fuoco della creatività. 

 

Le forme sono idee che Paulina Herrera Letelier, architetto di formazione, artista per vocazione, artigiana per azione, persegue da tempo muovendosi con disinvoltura dal disegno/progetto, alla pittura, alla tessitura, alla scultura. Non è quindi sbagliato ritrovare una precisa unità di pensiero nella sua ricerca che continua a produrre legami con la produzione pregressa e con le esperienze, in particolare, quelle delle residenze artistiche nazionali ed internazionali che sono per lei momenti di connessione col territorio e con nuovi strumenti di indagine che di volta in volta esplora e piega alle sue esigenze narrative: è il caso delle serie fotografiche presenti in mostra realizzate nel 2018 al Progetto Borca (Borca di Cadore, Veneto), e al Daf Struttura (Torino), durante la fiera Artissima nel 2018. A queste occasioni si aggiunge la residenza per la Fondazione MACC a Calasetta (Sulcis, Sardegna) realizzata insieme alla musicista-performer Francesca Romana Motzo, prima in ordine di tempo.

 

L’argilla filata quasi fosse tessitura, si offre come indagine dello spazio in rapporto al suono con il suo ritmo e le sue pause. Studi sulla propagazione del suono, sulla percezione dell’oggetto, delle ombre e dell’anamorfismo, sono alla base di quest’ultima produzione rarefatta, posta com’è tra sogni melottiani e ironiche rassomiglianze, mostrandosi vicina all’asciuttezza di certi lavori di Paolo Icaro. Queste forme, poetiche quanto aeree, dell’oggetto quotidiano, sono suggerimenti che l’artista indirizza al nostro occhio “costringendolo” a mettere attenzione a ciò che vede dentro un mondo totalmente distratto da pantagruelici sforzi di apparenza.

 

[Efisio Carbone]

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